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I nostri trent'anni in trent'anni di turismo invernale - MontagnaOnline.com

I nostri trent'anni in trent'anni di turismo invernale

Category: Portfolio Created: Lunedì, 05 Giugno 2017 04:57 Hits: 272
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di Roberto Binda

Dal 1988 ad oggi questa rivista ha cercato di porsi come mezzo di comunicazione privilegiato nel cuore professionale del mondo che vive attorno alla montagna bianca, vivendo da vicino le trasformazioni, le crisi e i progetti di rilancio di un universo fantastico che non vuole mancare l’appuntamento con il futuro

Con la pubblicazione di questo numero «professioneMontagna» compie trent’anni, o meglio entra nel suo trentesimo anno di vita editoriale. Forse sarebbe il caso di festeggiare il compleanno con  qualcosa di speciale ma per indole e formazione non amo particolarmente i fuochi d’artificio, sono  più portato alla riflessione che alla celebrazione,  a considerare il presente e il futuro più del passato, a valutare quel che resta da fare più che sedersi su quello che è stato fatto. Anche per questo, forse, mi sono sempre trovato in perfetta sintonia con un mondo, quello della montagna bianca e del turismo invernale, che in tutti questi anni non si è mai fermato, ha sempre guardato avanti con coraggio, ha sempre messo in campo imprenditorialità, investimenti in ricerca e avanzamento tecnologico per migliorare, aggiornarsi e aggiornare le prospettive per un futuro che corrisponde al futuro di intere comunità e di un comparto economico che oggi vale attorno ai dieci miliardi di euro.

Ho fondato questa rivista nel 1988 per proporre un inclusivo strumento di comunicazione a questo mondo vitale, composto da mille voci animate da interessi diversi ma tutti convergenti in quel complesso sistema economico e imprenditoriale che si regge sul turismo invernale, sulla pratica dello sci  e degli altri sport dell’inverno. Avviato negli anni Settanta,  il boom che aveva trasformato lo sci da sport d’élite a sport di massa in un clima di trasformazione dei costumi e dei consumi e sulla scia dei risultati agonistici della Valanga Azzurra, non aveva ancora esaurito la sua spinta propulsiva ad una crescita costante. Impianti di risalita sempre più moderni attrezzavano stazioni sciistiche a tutte le quote  dove erano fiorite seconde e terze case, alberghi e pensioni, scuole di sci, ristoranti e locali vari. La neve, l’indispensabile materia prima necessaria per alimentare il motore della giostra,  non si era mai fatta aspettare fino ad allora, cadendo puntualmente dal cielo in maniera più o meno abbondante ma sempre sufficiente per non creare problemi. La «neve artificiale» era ai suoi primi passi, considerata ancora più o meno «un’americanata», prodotta da macchinari antelucani se guardati con gli occhi di oggi, buona al massimo per rappezzare qualche parterre alla partenza degli impianti.

Era il 1988 e proprio nelle due-tre stagioni successive il primo, consistente crollo delle precipitazioni naturali, la prima «carestia» fece suonare il campanello d’allarme: ma se non nevica che si fa? Se si vuole questi trent’anni si sono trasformati in una lunghissima risposta a questa domanda di anno in anno sempre più impellente, tra alti e bassi, tra chiari e scuri, tra inverni più o meno positivi, più o meno anomali e folli, in un processo di crescita dove però la progressiva accentuazione dei mutamenti climatici e delle trasformazioni termiche ha diviso il campo, ha aperto una forbice tra le località forti e quelle deboli, quelle in alta quota, quelle a media e bassa quota, quelle ricche e quelle «povere». Il fenomeno ha condotto addirittura ad una scissione all’interno del mondo dei gestori di impianti funiviari ma ha anche spinto a forzare la politica nazionale e locale perché si decidesse a volgere lo sguardo verso un settore turistico ed economico che vale centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Da molti anni, ormai,  la «neve artificiale» non è più un’americanata ma l’indispensabile sostegno tecnico alle attività imprenditoriali sulla neve, l’architrave della sicurezza gestionale delle società degli impianti. Il progressivo e per certi versi sorprendente sviluppo tecnologico dell’innevamento programmato ha comportato nuovi costi rilevanti ma ha consentito di affrontare e, per il momento, di superare i fattori di criticità derivati dagli inverni sempre più incerti  e imprevedibili consentendo, nel complesso, bilanci positivi di fine stagione come è successo per l’inverno scorso. Ma nello stesso tempo, sottolineando una fragilità di sistema del tutto sottovalutata negli anni d’oro del boom, ha posto con forza il tema della sostenibilità ambientale dell’attività turistica invernale che tutti gli attori della scena stanno interpretando con grande impegno e consapevolezza nel considerare l’ambiente un patrimonio da proteggere e tutelare.

La ricerca che l’ENEA sta conducendo sull’impatto ambientale dell’innevamento tecnico in collaborazione con ANEF e Ministero dell’Ambiente di cui si parla in questo numero è una prova di  coraggiosa responsabilità oltre ogni pregiudizio. Non è banalmente una risposta alle vestali dell’ecologismo utopico, ai talebani  integralisti della natura angelicata che preferiscono la sopravvivenza di un arbusto  alla sopravvivenza di intere economie territoriali; è una presa di coscienza forse tardiva ma adesso consapevole e forte che propone una dolce rivoluzione culturale ai cui orizzonti si affaccia un futuro composto di rispetto ambientale, ottimizzazione dell’uso delle risorse, abbattimento dei consumi energetici, economia green. È la dimostrazione  che una volta di più il mondo della montagna bianca non dorme ma è sveglio, vivo, intelligente, attento alle sfide che lo aspettano in questo primo secolo del terzo millennio.

«Pofessione Montagna» conta e spera di accompagnarlo e raccontarlo ancora a lungo. Dopotutto abbiamo solo trent’anni…

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