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Tag: Quando la montagna è donna

Created: Sabato, 24 Settembre 2016 08:27
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Category: Portfolio
Tags: Quando la montagna è donna

Da una laurea in storia
alla comunicazione di Skipass

Dal 2003 l’ufficio stampa della grande fiera modenese è guidato da una donna colta e curiosa, esperta ed efficiente che in tredici anni di lavoro ha contribuito a consolidare l’importanza dell’evento e che adesso vuole trasmettere a sua figlia un amore per la montagna bianca ancora più intenso di quello vissuto personalmente da lei

Per una che ha seguito all’Università di Bologna le mitiche lezioni di Umberto Eco («Un dono del destino per l’Italia; un genio, un  vero e grande intellettuale. Tutti gli altri fanno quello che possono…») è evidente che siano importanti  la precisione delle parole, le aree semantiche, le leggi dei segni, i linguaggi e, in sintesi, la comunicazione. Daniela Severi, profondo imprinting umanistico, lettrice onnivora, laureata in storia nella «dotta Bologna», dal 2003 è il capo ufficio stampa di Skipass, la fiera organizzata da Modena Fiere, giunta quest’anno alla 23° edizione, che di anno in anno si è conquistata il ruolo di ufficiale porta di accesso alla nuova stagione invernale. Comunicare con la parola scritta e parlata e con i linguaggi nuovi delle nuove tecnologie è per lei un lavoro condotto nello status di libera professionista su diversi fronti e per diversi committenti, tra i quali Skipass è certamente tra i più importanti. Nata a Reggio Emilia («La mia età? Non è certo un problema») il 9 dicembre 1970 nel segno del  Sagittario («Sono una donna dal carattere entusiasta, curiosa, desiderosa sempre di nuovi stimoli»), dopo la laurea Daniela ha frequentato diversi Master in scienze della comunicazione e ha cominciato presto a lavorare come freelance a livello locale. Nel 2003 Gigi Belluzzi, lo storico «patron» di Skipass, la vuole nel ruolo di governatrice dell’ufficio stampa («Lavoro con uno staff di altri liberi professionisti») per un evento che stava crescendo. «Tredici anni fa – ricorda - Skipass era più piccola di oggi e l’audience della comunicazione più limitata. Poi, nel clima di attesa  e con lo svolgimento delle Olimpiadi di Torino 2006, si è vissuta una svolta positiva, un  salto di qualità che ha fatto crescere la dimensione e il credito della Fiera». Oggi «scrivo io personalmente tutti i comunicati raccogliendo, interpretando e divulgando gli input dell’organizzazione. Lavoro a stretto contatto con Paolo Fantuzzi, Amministratore Delegato di Modena Fiere, e con Francesca Moratti, product manager di Skipass. In una organizzazione complessa come quella della fiera modenese non si otterrebbero gli ottimi risultati che abbiamo ogni anno se non ci fosse uno strettissimo rapporto di collaborazione tra tutti». Gli espositori sono circa 400, gli accrediti per i media sono circa 350, «vicini e lontani, vale a dire dalle testate tecniche specializzate come Professione Montagna al TG1. Skipass non è una fiera “business to business” ma un evento aperto al pubblico, quindi dobbiamo comunicare all’interno del mondo della montagna bianca, tra i suoi addetti ai lavori professionali, ma anche all’esterno verso un pubblico il più vasto possibile».  Se è vero che la montagna invernale è in fondo un piccolo mondo e più di tanti espositori è difficile avere, il pubblico che visita ogni anno Skipass è cresciuto costantemente fino alle cifre record dei circa 90 mila visitatori degli ultimi anni. «Se Skipass gode di buona salute nonostante i tempi non propriamente facili – dice Daniela – un merito va sicuramente dato all’affezione del suo pubblico, un pubblico prevalentemente giovane e prevalentemente maschile che ha vissuto ormai un cambio generazionale ma continua ad essere fedele. I giovani delle prime edizioni e di tredici anni fa adesso vengono con i loro figli che saranno i visitatori di domani». kamagra online A proposito di figli, dobbiamo parlare sicuramente anche di Maria Viola, due anni, un regalo della vita «confezionato» insieme a Simone Gherardi, l’uomo con cui  Daniela condivide l’esistenza da 25 anni, per il momento l’unico in famiglia ad avere sciato, almeno da ragazzo. «Io sono fisicamente imbranata – ammette – non ho mai avuto attitudine per la pratica degli sport. Non sono una sciatrice ma mi piacciono molto la montagna e la neve come luogo ed elemento di vacanza e di svago. Però vorrei che Maria Viola le assaggiasse più di quanto non abbia saputo o potuto fare io, che possa osare più di me e impari quindi a sciare bene.  Per metterle gli sci ai piedi è ancora presto, ma è certo che quest’inverno cominceremo a portarla sulla neve per fargliela conoscere e farla giocare con lei». Beninteso quando la 23° edizione di Skipass si sarà conclusa molto probabilmente con l’ennesimo successo e l’ultimo comunicato stampa e l’ultimo tweet saranno stati inviati  dall’ufficio stampa a tutti i giornalisti a tutti i media «vicini  e lontani». Firmati Daniela Severi, donna curiosa, mamma felice e professionista inappuntabile.

Created: Sabato, 24 Settembre 2016 08:27
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Tags: Quando la montagna è donna

A conti fatti, sciare è stupendo

Ragioniera a Feltre, laureata in lingue a Milano, cura l’amministrazione della SOFMA di Arabba negli uffici della sede legale della società a Fonzaso. Quando smette di slalomeggiare tra i numeri di un’impresa che ha chiuso bene la scorsa stagione, si trasforma nella sciatrice appassionata che condivide lo stesso amore per la montagna e per la neve con il  marito e la figlia Maria, studentessa al Liceo Classico

È una di quelle persone che ci sono sempre ma non si vedono, una di quelle rotelle che girano precise ma non fanno rumore, una di quelle colonne che sostengono ma non incombono.  Persone così ce ne sono  tante in tanti organismi, in tante società, preziosissime ma defilate, a lavorare dietro le quinte con  dedizione e impegno. Persone come la signora Dolores Corso che si schermisce («Figura storica io? Ma no… Lo è piuttosto la signora Resi D'Andrea, mia zia, attualmente un amministratore della società, che è rimasta in azienda per circa cinquant'anni; è stata la mia maestra, la mia guida e il mio riferimento; quello che ho appreso e conosco del mio lavoro l'ho imparato da lei; mi ha accompagnata ogni giorno per tanti anni»),  puntualizza e minimizza («Sono una semplice impiegata»), si scusa per il primo appuntamento telefonico saltato («Ieri ero molto impegnata») e, legittimamente, frena («Non posso fornirle certi dati contabili se non ho prima un’autorizzazione»). Modesta, riservata, correttissima, vagamente recalcitrante nei confronti dell’intervistatore, questa donna veneta che lavora per la montagna bianca è nata in pianura, a Feltre, 47 anni fa. Cura l’amministrazione della SOFMA di Arabba (otto impianti di risalita tra i quali la nuovissima cabinovia Portados) negli uffici della sede legale della società a Fonzaso, provincia di Belluno.  Quel nome così acceso e spagnoleggiante è un mistero partorito dalla mente e dall’amore di papà Antonio che se n’è già andato tanto tempo fa «e non so perché mi abbia chiamata così, con questo nome che non mi è mai piaciuto ma con il quale, ovviamente, mi è toccato convivere». Dolores non sarà, come dice lei, una figura storica proprio come la signora D’Andrea ma lavora per la SOFMA della famiglia Gorza già da ventidue anni, assunta subito dopo la laurea in lingue ottenuta a Milano nel 1992 con  una tesi che riguardava il tema dei referendum in Svizzera. «Sì – ricorda Dolores -  sono stata assunta dal Signor Luigi padre dell'attuale Consigliere Delegato. Il Signor Luigi Gorza, ottimo sciatore, rimpiangeva di non essersi mai interessato, a suo tempo, all'acquisto di un grande impianto a San Martino di Castrozza, dove d'inverno si recava sempre a sciare con i figli, ancora piccoli. L'occasione si è presentata quando gli fu chiesto di prendere in mano la Sofma, società ancora ferma alle prime pratiche dopo parecchi anni e che in poco più di un anno ha portato alla realizzazione del primo impianto e di una notevole rete di piste». Dunque: laurea in lingue («Oltre all’italiano, parlo l’inglese e il tedesco»), tesi su un tema di diritto: ma cosa c’entrano allora i conti, i numeri del suo mestiere? «Ma sono anche ragioniera, prima dell’Università mi ero diplomata a Feltre». Ah ecco…questo è  un tassello importante nel mosaico di una vita vissuta con il marito e la figlia Maria, 17 anni, studentessa di Liceo Classico («Per me resta sempre la scuola migliore per la formazione di un giovane») a Feltre. La famiglia al completo condivide la passione per la montagna e  per lo sci, praticato ovviamente e in prevalenza ad Arabba dove «è la Fodoma la mia pista preferita, una “nera” bellissima».  La figlia Maria è brava, anzi «bravissima» sugli sci quanto lo è nel leggere e decrittare gli esametri dattilici catalettici del greco antico sui banchi del Liceo Classico: «Io mi considero una sciatrice molto appassionata – dice Dolores - non ho mai praticato agonismo ma credo di possedere una buona tecnica e me la cavo bene dovunque, su qualsiasi pendenza. Mia madre Adriana mi ha messo sugli sci a tre anni sulle nevi di San Martino di Castrozza e da allora ho sempre praticato lo sci con grande piacere». Ma quando si sganciano gli attacchi e si tolgono gli scarponi, quando ci si siede alla scrivania nell’ufficio di Fonzaso, come si guarda allo sci attraverso i numeri, i costi e i ricavi, i fatturati pre e post imposte di una società impiantistica come la SOFMA di Arabba, uno degli snodi cruciali nel grande tour del Sella Ronda?  Ci può dire la signora Dolores Corso quanto valgono quei numeri? Ci può dire come è andata la scorsa stagione sul piano commerciale? «La stagione invernale 2015/16 è stata abbastanza buona. La SOFMA, che impiega in media 50 dipendenti l’anno con punte di circa 80 durante l’inverno, ha registrato un fatturato di circa 8 milioni di Euro e continua la sua politica di investimenti per rendersi sempre più competitiva nel mondo della montagna bianca. La nuova telecabina Portados ha comportato un investimento di 10 milioni di Euro ma garantirà certamente un importante ritorno in termini di presenze e passaggi oltre che di un netto miglioramento del Sella Ronda orario».

Created: Sabato, 24 Settembre 2016 08:27
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Tags: Quando la montagna è donna
Ingegnere di una vita curiosa e appassionata

Si è laureata all’Università di Trento nel 2000. Dal 2007 lavora come libera professionista con lo studio Winterplan. Nata a Padova, vive a Bressanone. È una grandissima esperta di progettazione nel campo degli impianti di innevamento tecnico ma anche direttore d’esercizio ad Arabba e consulente per la realizzazione delle piste destinate alle gare dei Mondiali di sci alpino di Cortina 2021. E poi…

Con la montagna nel cuore («La vocazione di una vita. Già da piccolissima sognavo di poter lavorare da grande tra le montagne»), con un’idea  precisa nella mente («L’ingegnere dev’essere un creativo della tecnica, senza paraocchi, curioso, aperto a scoperte, orizzonti, ambienti ed esperienze sempre nuovi») Monica Borsatto sta conducendo  felicemente la sua vita ancora giovane proprio sulle tracce amate fin da bambina, quando imparò a sciare ad Asiago a tre anni sulle code di papà Maurizio e di nonno Dino («I miei genitori e i miei nonni mi hanno sempre supportata e sostenuta nelle mie aspirazioni») e quando «volevo diventare una guardia forestale». Nata a Padova il 1° maggio 1973 nel terrestre segno del Toro, laureata in ingegneria ambientale nel 2000 a Trento («Tesi sperimentale sulla nucleazione del cristallo  di neve con uno stage presso Technoalpin»), oggi  vive a Bressanone («Da piccola passavo qui le vacanze estive e qui ho deciso di mettere  le mie radici»), è titolare dello studio di progettazione Winterplan  da lei fondato nel 2007,  direttore di esercizio («Una delle poche dell’A.N.I.T.I.F., l’unica in Alto Adige») della società SOFMA  di Arabba («Otto impianti, tra i quali la nuovissima telecabina Portados che entrarà in funzione questo inverno») e altro ancora («Ho l’incarico di progettazione per le piste dei Mondiali di Cortina del 2021») nel quadro di un’attività di libera professione che ha costruito con  tenacia («Il segno del Toro…»), passione («Sì, tanta passione, tanta curiosità e tanta voglia di conoscere e scoprire»), disponibilità a esperienze diverse («Sono anche omologatrice di piste e membro del soccorso alpino»). Figlia di due genitori giovanissimi (il già citato papà Maurizio e mamma Patrizia),  Monica ha praticato sci agonistico fino ai 18 anni e fino al livello di qualche gara FIS, abbastanza comunque per acquisire, oltre ovviamente ad una tecnica di discesa eccellente,  un ulteriore impulso a «quell’imprinting» che ha segnato la sua traiettoria di vita sia sul piano personale che professionale. Con l’agonismo ha chiuso abbastanza presto («Oggi progetto piste da battere per il turismo e l’agonismo ma pratico  in prevalenza fuoripista, sci alpinismo e freeride») ma con la professione  «a 43 anni ho ancora un sacco di cose da fare, da studiare, da sperimentare e da creare». Nella sua formazione «il periodo dell’Università a Trento è stato fondamentale, grazie anche agli insegnamenti dei professori Baggio e Zardi, i relatori della mia tesi, una delle prime sui processi di creazione della neve tecnica». Sulla materia che ha conquistato una rilevanza vitale nel mondo della montagna bianca  era stato altrettanto prezioso lo stage condotto sul tema del distacco delle valanghe presso il Centro di Nivologia CEMAGREF dell’Università di Grenoble in periodo di Erasmus. «Era il il 1996 – ricorda Monica -  e anche quello è stato un momento importante della mia formazione».  Formazione di alto livello che, dopo il conseguimento della laurea,  le consente di essere immediatamente assunta dalla Sufag (attuale gruppo MND) per la progettazione di impianti di innevamento tecnico «cuciti su misura per il cliente dopo il sopralluogo, la valutazione del territorio, il confronto con le esigenze e le richieste. È stato, quello, un periodo bellissimo, durante il quale ho imparato tantissimo lavorando sul campo in un team di ragazzi giovani, competenti, affiatati, bravissimi che molti ricordano ancora oggi». Il cumulo di esperienza, a quel punto, è sufficiente per «mettersi in proprio» e «per allargare professionalmente lo sguardo anche verso la parte degli impianti di risalita e delle loro problematiche tecniche». Con l’esame superato brillantemente nel 2008 («Devo  molto all’ingegner Sergio Tiezza che mi ha insegnato tutto sull’impiantistica funiviaria e sulle normative che ne regolano la gestione») Monica diventa anche «direttore d’esercizio», funzione che per il momento ricopre solo ad Arabba («…dove lavoro in stretto rapporto con il direttore di stazione Leandro Santin e il caposervizio Maurizio Denicolò») ma che in futuro si potrà svolgere anche altrove mentre sono già in essere, oltre a quelli citati, impegni di consulenza per la Plose di Alessandro Marzola e per la Ski Area Valchiavenna e altri comprensori nell’area dolomitica. Non ci sono confini geografici e tantomeno «ideologici» per  l’entusiasmo e la dedizione con cui l’ingegner Monica Borsatto interpreta la sua professione al punto da farle dire che «la montagna è stata e per il momento è l’ambiente privilegiato e  preponderante della mia attività ma non escludo niente, sono aperta alla conoscenza di altre problematiche e al confronto con altri ambienti». Mio dio, tradimento? No: amore del  proprio lavoro e coerenza con l’impegno sempre coltivato ad arricchirsi, migliorarsi, crescere, «perché a 43 anni ho ancora un sacco di cose da fare…».

Created: Sabato, 24 Settembre 2016 08:27
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La signora di GEA, produttrice
di giochi e di divertimento

Figlia di un pioniere dell’innevamento tecnico, è cresciuta tra Bormio e Livigno, ha studiato a Milano. Nel 2000 ha dato lo stesso nome di una divinità greca all’azienda di Langhirano che in sedici anni è diventata leader nel settore degli allestimenti ludici destinati ai bambini e alle famiglie, per le stazioni invernali ma non solo…

Nella mitologia greca Gea era il nome della divinità primigenia moglie di Urano e madre di Giove ma Giovanna Della Cagnoletta non pensava a lei quando nel 2000 ha battezzato la «sua» Gea Fun Specialist, oggi azienda leader nel settore di prodotti, allestimenti e servizi per il gioco, lo svago e il divertimento destinati per il 40% della produzione alla montagna bianca dell’inverno. «Quel nome è stato scelto da me così, per caso. Ho scoperto dopo che era lo stesso della dea madre terra degli antichi greci e mi è piaciuto ancora di più». A quel punto, a quella nascita ufficiale da cui si è sviluppata una attività in costante crescita che vede oggi l’azienda di Langhirano presente non solo in Italia ma in numerose Nazioni europee, era arrivata una giovane donna animata da «un forte bisogno di indipendenza», la maggiore («Dopo di me sono arrivati Francesca e Paolo») dei figli di Mario Della Cagnoletta, negli anni Ottanta intraprendente pioniere dell’innevamento tecnico («Usciva  di notte per annusare l’aria e valutare le temperature»)  con il marchio Valteco. La famiglia ha le radici in Valtellina («Mio padre, che ha 79 anni, esattamente trenta più di me, ha sempre sciato finché ha potuto e io, come mia sorella e mio fratello, ho imparato a sciare piccolissima, letteralmente con il ciuccio in bocca, tra Bormio e Livigno») ma la formazione scolastica avviene a Milano e dintorni.  Giovanna si diploma in lingue in una scuola sperimentale e Cernusco sul Naviglio e segue un corso parauniversitario in scienze turistiche alla Bocconi. Padroneggia disinvolta l’inglese, governa con una certa autorevolezza il francese,  mastica con volonteroso impegno il tedesco. E, soprattutto, vuole lavorare. «Ho cominciato subito, a 19 anni, nell’azienda di famiglia a fianco del presidente». Il «presidente», per chi non l’avesse capito, è papà Mario. Insieme a lui, dopo altre diverse esperienze lavorative («Alcuni anni in una società di morsetteria e altrettanti a Telepiù come segretaria del Direttore Tecnico dell’emittente») negli anni Novanta avvia la diversificazione orientata ad affiancare alla produzione dei «cannoni sparaneve» quella per la realizzazione di componenti, attrezzature, installazioni per lo svago e il tempo libero vedendo quanto questo tipo di attività fosse già viva negli Stati Uniti o in Francia. «Il primo prodotto – ricorda Giovanna - fu lo snowtubing che importai dagli Stati Uniti dove ero stata proprio per vedere come fosse sviluppato quel settore oltreoceano». In pochi anni il catalogo di prodotti si arricchisce, la clientela aumenta e le prospettive di crescita di quel segmento produttivo si fanno credibili. Quando, nel 2000, Della Cagnoletta cede Valteco a Sergio Lima si rende dunque necessario dare un nome proprio e autonomo all’attività. Giovanna dice Gea, e Gea sia. «All’inizio ci siamo concentrati quasi esclusivamente sulla montagna e sull’inverno, per i primi 4-5 anni il grosso del nostro fatturato proveniva dalla stazioni sciistiche. Il mio prodotto forte si chiamava  Fantaski, me lo aveva ceduto Ernesto Bassetti. In Italia non è stato facile proporre il nostro tipo di produzione perché nel nostro Paese non è radicata una cultura dello svago, del “loisir” come ad esempio in Francia».  Ma le cose stanno cambiando: i parchi-gioco, le installazioni ludiche, i  percorsi didattici, i gonfiabili e i «materiali morbidi» diventano un’attrazione sempre più rilevante per i bambini e quindi per le famiglie. Gea vanta oggi un catalogo vastissimo per outdoor e indoor, produzioni in materiali plastici ma anche in legno, per la montagna, per le città e per il mare («Anche se è sempre l’inverno a fare la parte del leone»). pharmacy Per la neve ha inventato SkiBimbo Tech, un percorso di discesa monitorata e «computerizzata» per i bambini;  a Livigno ha attrezzato «The Beach» un’area destinata a freestylers e snowboarders dove compaiono grandi sagome di squali; a Carezza è nato con Gea un parco per bambini chiamato «Naniland» dove rivivono i personaggi e le storie della saga di Re Laurino. Sono soltanto tre esempi delle mille realizzazioni che «vengono pensate, progettate e realizzate in stretto contatto con la committenza, ascoltando le sue esigenze e andando incontro alle sue aspettative».  Gea, «compatibilmente con un clima economico certamente non favorevole», in questi sedici anni è cresciuta e sta crescendo ispirandosi sempre al principio della qualità. Ma in questi sedici anni è anche successo che Giovanna, durante una fiera, ha conosciuto  Matteo Pulli e che dal loro riuscitissimo fidanzamento perenne sono nati Pietro e Giacomo, rispettivamente dieci e undici anni, sciatori provetti, appassionati e impegnati come il loro papà pur senza approdare all’agonismo.
«E io? Mai fatta una gara in vita mia. Io sono una sciatrice contemplativa – dice Giovanna – scio bene, naturalmente, ma sulla Stelvio di Bormio non mi preoccupo più di tanto se i miei tre uomini mi lasciano abbondantemente indietro.  A me la montagna bianca piace tantissimo, l’ho sempre avuta nel cuore. Ma mi piace viverla in totale relax, magari da sola, anche soltanto prendendo il sole su una sdraio. Negli ultimi anni mi sono avvicinata allo sci di fondo, di solito molto snobbato dai discesisti.  È faticoso ma merita di essere provato e apprezzato». Tanto più se da quella disciplina si impara a non mollare mai come fa Gea, che tra passo alternato e passo di pattinaggio ha sempre preferito fare un passo avanti nella creatività e nell’innovazione.