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Tag: Uomini e Aziende

Created: Sabato, 28 Gennaio 2017 08:27
Hits: 437
Category: Portfolio
Tags: Uomini e Aziende
Passo dopo passo
verso una nuova rivoluzione

Incontro con Erich Gummerer, amministratore delegato della Technoalpin di Bolzano,  azienda leader nella produzione
di impianti per l’innevamento programmato. Incontro con la storia di un’impresa artigianale nata in un piccolo laboratorio della Val d’Ega dall’intraprendenza di due dipendenti della società degli impianti di Obereggen e diventata grande in 25 anni di lavoro.
Incontro con l’uomo che ha contribuito non poco a far crescere questa azienda in Italia e nel mondo, a cui piace correre,
che punta a fare la maratona di New York e che sta programmando le nuove tappe di uno sviluppo industriale che non conosce soste

A Bolzano, nella zona industriale, tra la sede attuale di Technoalpin costruita nel 2010 in Via Piero Agostino e la vecchia sede di Via Copernico ci sono solo poche centinaia di metri ma, idealmente, montagne di neve sparate ai quattro angoli del mondo nel corso di una storia di successo lunga 25 anni che sta per inaugurare ancora nuovi capitoli. «Nel 2017 la produzione sarà trasferita là, in un’altra sede sempre qui a Bolzano, in uno stabilimento su una superficie di 15 mila metri quadrati». Erich Gummerer, lancia un’indicazione per aria alzando un braccio e intanto cammina spedito come gli permette di fare la forma fisica di uno che corre almeno una maratona all’anno («La prima l’ho fatta a Berlino 25 anni fa, il prossimo obiettivo è quella di New York»), gioca a tennis, fa impegnato ciclismo su strada («Cento, centocinquanta km a uscita, da solo o in compagnia») e naturalmente scia da quando era bambino («Ho fatto spesso settimane bianche in località che non erano ancora nostre clienti e la cosa è servita…»).  È l’amministratore delegato dell’azienda leader nel mondo («Lo eravamo già prima dell’acquisizione di York Neige nel 2012») nella produzione di sistemi per l’innevamento tecnico, un’azienda che ha chiuso il bilancio 2016 con 161 milioni fatturato di cui 85% derivanti dall’export, l’uomo che insieme ai fondatori Walter Rieder e Georg Eisath  dal 1990 ha fatto crescere un’iniziativa artigianale fino a farla diventare un’impresa dalle dimensioni di multinazionale che oggi «nei periodi di picco produttivo» dà lavoro a 550 persone. 

La presenza in tutto il mondo
ma con il cuore a Bolzano
Technoalpin vanta 1800 clienti in 50 Paesi del mondo; dalla fondazione ha prodotto più di 90 mila generatori neve, ne vende più di 5000 ogni anno; «unici al mondo, gestiamo centralmente noi, qui a Bolzano, le attività delle nostre 16 filiali sparse sul pianeta perché soltanto così si riesce a  razionalizzare perfettamente il rapporto tra le esigenze locali e i nostri standard operativi». Gummerer cammina spedito e, «en passant» dice  altre cose come il fatto che «stiamo assumendo un’altra trentina di persone, destinate ai diversi settori della nostra attività, dalla produzione all’amministrazione, dal marketing alla comunicazione», oppure «a Kranjska Gora presenteremo il nostro nuovo generatore TR8 che costituirà una nuova rivoluzione  nella tecnologia di produzione della neve tecnica», oppure «quest’anno senza il nostro intervento le gare di Coppa del Mondo ad Adelboden e a Wengen non si sarebbero potute fare». Senza la neve programmata negli ultimi vent’anni non si sarebbe potuto nemmeno sciare in molti inverni e in molte stazioni sciistiche; Technoalpin si è fatta largo fino a primeggiare tra la concorrenza nel processo che ha condotto l’innevamento tecnico ad essere la  condizione indispensabile per garantire il funzionamento della giostra economica mossa del turismo invernale trainato dallo sci ma, dice Gummerer, «l’innevamento tecnico è ormai un intervento indispensabile anche in presenza di precipitazioni naturali per garantire il massimo livello qualitativo delle piste. E comunque se nevica un po’ dal cielo è anche meglio perché la gente va più volentieri a sciare».

Il lavoro continuo
nella ricerca della qualità
Technoalpin investe circa 5 milioni l’anno  in ricerca e sviluppo «per migliorare costantemente i nostri prodotti, poter lavorare meglio sulle temperature marginali e sulla qualità della neve». Snowfactory, la macchina per la produzione di neve in condizioni di temperature sopra lo zero, «ci ha lasciati perplessi per il successo che ha avuto, per le richieste che sono arrivate, per il fatturato di cinque milioni di Euro che ha già prodotto». Il software di comando ATASSplus, progettato e realizzato dall’azienda altoatesina, garantisce prestazioni di gestione e controllo dell’impianto di innevamento chiudendo il cerchio della fornitura «chiavi in mano» di tutte le componenti del sistema, dai tubi di  condotta dell’acqua alle sale di pompaggio, dalle valvole di miscelazione acqua/aria, ai generatori, a ventola e ad asta («La formula «chiavi in mano» è stata fin dall’inizio una delle ragione del nostro successo. Solo così si può garantire la qualità e l’efficienza di tutto il sistema e solo così costruisce un rapporto di fedeltà con il cliente»).  Gummerer cammina e con lui arriviamo alla vecchia sede «dove lavorare era un delirio, con un reparto qua e uno là, uffici piccoli e senza finestre» ma dove ha lasciato  un pezzo del suo cuore perché in «quel casino» Technoalpin è diventata grande seguendo idee di sviluppo precise, concrete, illuminate. «Questo è stato per anni il mio ufficio, questa la scrivania». Scorre per un attimo un velo di nostalgia nei suoi occhi chiari. Forse ripensando alla sua storia, alla storia del legame con il cugino Georg Eisath  che l’ha coinvolto nell’impresa e con Walter Rieder, l’altro fondatore, l’attuale presidente della società, «una persona importante, cura tutto il settore ricerca e sviluppo, ha più di 60 anni ma sembra ancora il più giovane nella nostra azienda che ha un’età media di 32 anni con la sua capacità di tenere la mente sempre aperta all’innovazione e di non perdere mai né la calma né la pazienza».

L’infanzia in Val d’Ega
con il cugino Georg
Sciano insieme, «Georg meglio di me, aveva la stessa capacità di far correre gli sci che ha trasmesso a suo figlio Florian, non a caso arrivato alla Nazionale e a un podio in Coppa del Mondo», poi le strade si dividono ma per poco. Eisath lavora presso la società degli impianti di Obereggen con un compagno che si chiama Walter Rieder. Nel 1983, nei primi anni di vita della generazione di neve «artificiale» nata in America, Obereggen acquista negli Stati Uniti un generatore a bassa pressione della Hedco e lo colloca alla stazione a valle degli impianti, dove l’esposizione al sole mangiava la neve naturale. Il voluminoso macchinario produceva però una miseria di quantità di neve in troppe ore di attività.  Eisath e Rieder, che hanno  il bernoccolo dell’intelligenza e dell’intraprendenza, si chiedono: perché non proviamo noi  a farci un nostro «cannone»? Sono del tutto autodidatti ma si danno da fare e con l’aiuto di un fabbro costruiscono una macchina che funziona meglio di quella americana al punto da spingere i dirigenti di Obereggen di proporsi come primi clienti. Nel 1985 Georg Eisath e Walter Rieder fondano la WI.TE (Winter Technik). Intanto Erich Gummerer lavorava come venditore presso Sanidental, una società produttrice di  arredamento per studi dentistici. Lui invece aveva il bernoccolo del commercio, suo cugino Georg lo sapeva e aveva cominciato a chiedergli di mettersi con lui nell’avventura dell’innevamento tecnico. La primissima produzione artigianale di generatori di Georg Eisath e Walter Rieder si svolgeva ancora nella piccola officina di Ega. Gummerer decide di cambiare strada e di accettare l’invito del cugino ma «durante una cena tra noi tre che abbiamo fatto nell’ottobre 1989 avevo detto alcune cose che mi sembravano fondamentali: se vogliamo andare avanti dobbiamo cambiare mentalità e lavorare in team in maniera professionale, dobbiamo spostarci a Bolzano e guardare fin da subito all’estero, pensare in termini internazionali. Così è nata l’impresa, così è nata Technoalpin».

Un mercato che si allarga,
la famiglia che cresce
Sul mercato italiano, infatti,  gli operatori che si stavano lanciando nel nuovo settore della produzione di neve tecnica stavano aumentando sempre di più e sarebbero diventati  addirittura una quindicina nei primi anni Duemila. Per distinguersi ed emergere nella concorrenza era indispensabile coniugare la qualità e l’efficienza del prodotto con una politica commerciale incisiva, elastica, di ampio respiro. «Nel 1990 – ricorda Gummerer – il nostro primo bilancio era stato di un miliardo di lire e avevamo un solo dipendente. Quando abbiamo iniziato il 90% della produzione era ancora manuale, si attivavano i generatori uno ad uno. Poi si è introdotta l’automazione, poi l’integrazione del sistema, adesso siamo arrivati a poter innevare un intero comprensorio in 70 ore gestendo tutto il sistema con il nostro software di comando». Intanto, nella vecchia sede di Bolzano dove continua ancora oggi un pezzetto della produzione con lavori di presaldatura e dove è partita una diversificazione di cui parleremo,  Technoalpin cresce, perfeziona la sua produzione che oggi, nell’offerta del «pacchetto completo chiavi in mano», propone una gamma completa di sei diversi generatori a ventola il cui «leader», il TF10, nel 2016 è stato venduto nel numero di 1550 esemplari,  e sei lance, dal modello TL6 al modello Safyr. «Già nel 2005 – racconta Gummerer -  ci eravamo convinti che il numero di aziende operanti nel settore si sarebbe ridotto e ci eravamo chiesti cosa fare per emergere tra la concorrenza. Ci eravamo risposti indicandoci tre obiettivi: noi facciamo innanzittuto quello che interessa e serve ai nostri clienti; facciamo tutto quello che è collegato con la neve; facciamo tutto quello che ci permette di fare la tecnologia che ci siamo costruiti in casa». Vuol dire specializzazione estrema, continua innovazione, rapporto strettissimo di collaborazione con la committenza, valorizzazione del proprio know-how.

Se ne va uno dei fondatori,
arrivano nuove iniziative
Nel 2007 succede che uno dei fondatori, il cugino Georg Eisath, decida di abbandonare la società per dedicarsi  ad un’altra impresa, rilevando  la gestione del polo sciistico di Passo Carezza. Il distacco è amichevole, Eisath lascia un’impresa ormai consolidata e lanciata verso il futuro. Nel 2010 sorge dal niente la nuova, grande, modernissima sede di Via Piero Agostino con le sue ampie vetrate piene di luce, la sua officina attrezzatissima, la sua mensa interna per i dipendenti, il vasto spazio per le gioiose feste aziendali, il suo sistema di videoconferenza per poter tenere in contatto diretto tutte le presenze Technoalpin nel mondo. Nel 2012 avviene l’acquisizione della francese York Neige e della Innovag, piccola ditta tedesca che però è specializzata  nell’importante segmento dei cannoni speciali per attività indoor. Con la fondazione della consociata EmiControls parte una diversificazione che porta in nuovi ambiti di applicazione la tecnologia maturata negli anni nella produzione di neve tecnica. «Produciamo generatori che sparano acqua nebulizzata, modelli  operativi nel settore antincendio dove è molto spesso più importante raffreddare un ambiente a rischio che spegnere delle fiamme e nel settore industriale della cave o dei grandi cantieri per abbattere le polveri. È un’iniziativa che sta presentando interessanti margini di sviluppo e già produce da sola un fatturato di quattro milioni di Euro».  Neve finissima e croccante è invece quella prodotta per un’altra diversificazione sempre studiata e resa possibile con il lavoro del centro ricerca e sviluppo, vale a dire le «cabine del freddo» da abbinare  alle saune nei grandi resort e nei centri benessere per scambiare velocemente il calore corporeo in una salutare frustata di energia. Erich Gummerer ci fa vedere e ci spiega le nuove «invenzioni» prodotte dalla Technoalpin nella vecchia e gloriosa sede di via Copernico. Poi si torna nella nuova sede dove l’unica cosa che non si può fotografare sono i prototipi del nuovo generatore di neve  TR8 «che sarà una vera rivoluzione». Si cammina di buon passo alla Technoalpin di Bolzano. È sempre stato così fin dalla sua nascita. E ogni passo è una rivoluzione che guarda al futuro.                     n

Created: Giovedì, 10 Novembre 2016 08:27
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Category: Portfolio
Tags: Uomini e Aziende

Incontro con Anton Seeber, dal giugno scorso nuovo presidente e amministratore delegato del gruppo industriale di Vipiteno. Il padre Michael gli ha passato le consegne e il timone del comando nella scorsa primavera, a conclusione di vent’anni di un lavoro straordinario che ha trasformato una storica azienda in difficoltà in un Gruppo di livello internazionale impegnato in diversi settori operativi tra i quali resta rilevante quello legato alla montagna bianca e al turismo invernale. Ora tocca a lui raccogliere questa importante eredità per valorizzarla e difenderla di fronte alle sfide della contemporaneità. Ora tocca a lui guidare

L’erede non è il tipo che ami esibire il proprio status («L’umiltà è una virtù fondamentale nella vita e nel lavoro») ma non trascura certo la consapevolezza del proprio ruolo («Spero di avere la stessa forza che ha avuto lui e di dare una continuità nella gestione aziendale»). Il padre è il primo ad essere d’accordo e pare che ormai risponda sempre la stessa cosa a tutti («Io non c’entro più niente. Parlate con mio figlio») da quando ha annunciato  la decisione di ritirarsi e di cedere le redini del comando; il figlio concorda («Una nave non può avere due capitani e l’autobus non può essere guidato da due autisti. Prima guidava mio padre, adesso guido io») anche se aggiunge: «Ci confrontiamo ancora, è naturale e  ovvio; magari litighiamo e abbiamo opinioni diverse ma alla fine la decisione che scaturisce è sempre la migliore per l’interesse della società, la cosa che conta di più». Di padre in figlio il passaggio del testimone al vertice del Gruppo Leitner di Vipiteno è avvenuto nel segno della trasparenza, dell’affetto, della stima reciproca. Di padre in figlio le cariche di presidente e amministratore delegato di quel colosso di dimensioni internazionali che nel 2015 ha fatturato 726 milioni di Euro si sono trasferite con la naturalezza di un sorriso e il calore di un abbraccio.

Una storia di successi tra acquisizioni,
diversificazioni e invenzioni
Il padre, Michael Seeber, 68 anni, è l’uomo che, partendo da solide basi costruite nell’edilizia e nel settore immobiliare, nel 1993 aveva accettato di intervenire finanziariamente per risollevare le sorti della Leitner, l’azienda fondata da Gabriel Leitner nel 1888 che per Vipiteno è sempre stata un po’ come la FIAT per Torino. In vent’anni di lavoro e di impegno costante, a colpi di ricapitalizzazioni, acquisizioni, diversificazioni produttive e processi di internazionalizzazione, questo padre ha portato un’azienda in crisi a trasformarsi in una holding che produce impianti a fune per il trasporto di persone sulla neve del turismo invernale e nelle aree urbane (Leitner e Poma), mezzi battipista e utility veichles per la montagna bianca (Prinoth), impianti e sistemi per l’innevamento programmato (Demaclenko), impianti per la produzione di energia eolica (Leitwind), veicoli e impianti per il trasporto su rotaia (Minimetro), nastri di trasporto materiali e teleferiche (Agudio). Un Gruppo dalle radici ben conficcate tra le montagne altoatesine dell’elegante Sterzing, un Gruppo che occupa ben 3240 dipendenti nei nove siti produttivi sparsi per il mondo tra Vipiteno, l’Europa (Austria, Francia), il Nord America, l’India e la Cina, che conta 70 succursali  per l’assistenza e la vendita nel mondo, che nel 2015 ha speso 12 milioni circa in investimenti produttivi e 20 milioni solo per la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti. Da questo costante impegno imprenditoriale sono nati tanti nuovi successi accanto all’originaria attività impiantistica (dal trasporto urbano viene ormai circa il 30% del fatturato nel settore funiviario); quindici anni fa è nato il DirectDrive, innovativa e rivoluzionaria tecnologia di azionamento impianti senza riduttori, che molto recentemente è diventata la chiave di volta per nuove applicazioni e nuove prospettive di lavoro, come l’attivazione della cabina di osservazione panoramica prodotta dalla consociata Sigma Composite in cima alla torre Britsh Airways i360 alta 160 mt. inaugurata il 4 agosto a Brighton (Inghilterra) o la produzione di onde artificiali per la pratica del surf come è avvenuto nel parco acquatico di Snowdonia nel Galles britannico in collaborazione con la società spagnola Wavegarden. Il padre, Michael Seeber, ha intrapreso, rischiato, inventato, ha battuto nuove strade, ha sviluppato l’azienda, l’ha portata dov’è oggi e  l’8 aprile scorso, davanti a 500 collaboratori riuniti a Vipiteno per la tradizionale festa di fine stagione, ha annunciato l’intenzione di ritirarsi, di cedere lo scettro al figlio. La decisione è stata ratificata nell’assemblea degli azionisti del Gruppo in  giugno.

Via Brennero, Vipiteno:
il bello dell’arte, il bello del lavoro, il bello dell’impresa
Il figlio, Anton Seeber, 43 anni, ha raccolto il testimone di un patrimonio così importante da consolidare e condurre nel futuro ma non ha paura. Dice che «adesso mio padre può finalmente dedicarsi alla sua passione per l’arte, segue e organizza mostre sempre più importanti, ha prodotto un bellissimo volume sulla vita e le opere di Eduard Thöny, il pittore caricaturista sudtirolese di cui una mostra a Bressanone ha celebrato il 150° anniversario della nascita». Non a caso  la  sede centrale, la «cabina di regia» della Leitner in via Brennero a Vipiteno, è un edificio costruito e arredato secondo linee armoniche eleganti, popolato da opere d’arte, quadri e sculture che ne fanno un piccolo museo di arte contemporanea. Avevamo visto  e vissuto qualcosa del genere visitando gli uffici  della Barilla a Parma, dove un olio di Dino Buzzati stava alle spalle di Guido Barilla, neo presidente del gruppo dopo la morte del fondatore Pietro, oppure negli stabilimenti di Casnigo e Villa d’Ogna nella bergamasca Val Gandino, dove Fausto Radici, l’ex slalomista della Valanga Azzurra morto suicida nel 2002,  era diventato il leader di Radici Group, colosso dei filati sintetici e della plastica oltre che raffinato collezionista di arte contemporanea.  Imprenditoria colta e illuminata, capace di coniugare il valore del coraggio  con il valore della bellezza (la nuova cabina Symphony realizzata in collaborazione con Pininfarina è un capolavoro di design),  il bisogno della continua ricerca di perfezionamento dell’artista con la necessità della continua innovazione nella produzione industriale, la costruzione della ricchezza con la sua distribuzione nella socialità. Salteranno fuori questi concetti dalla conversazione con il nuovo leader del Gruppo Leitner che adesso è seduto accanto a noi di pM nella sala riunioni dove campeggia una grande «Ultima cena» di un famoso artista contemporaneo «che dipingeva usando anche sangue di maiale. Mio padre voleva esporla sotto, all’ingresso degli uffici; visto l’argomento l’abbiamo sconsigliato in molti, compreso io, e lui ci ha detto “voi non capite niente”». 

La vocazione umanistica e
una vita segnata dal destino
Anton Seeber sorride, quasi intenerito nel raccontare l’episodio («L’arte piace molto anche a me ma non ho sviluppato la sua stessa forte passione da collezionista»). È nato a Vipiteno il 2 febbraio 1973, tre anni prima della sorella Johanna. È cresciuto con la sua indole riservata («Ero un ragazzo molto timido») e ha  studiato al Liceo Classico coltivando una vocazione umanistica («Volevo studiare letteratura») insieme a una certa propensione allo sport («Tra lo sci e l’hockey su ghiaccio avevo scelto il secondo per l’impegno agonistico e ho giocato alcune stagioni nel campionato di serie B come difensore»). Dopo l’esame di maturità il padre lo convince però ad iscriversi alla Bocconi («Ricordo la prova di ammissione in due giorni di agosto a Milano, un caldo atroce, ero talmente rilassato e distaccato dalla cosa che sono riuscito a superarla»). Prima di tuffarsi totalmente sui testi di economia chiede di dedicarsi ancora, almeno per il primo anno («Avevo fatto solo tre esami»), alle sue letture preferite.  Poi si butta nello studio delle materie economiche, dal 1992 al 1999, quando si laurea con una tesi in  organizzazione aziendale. Ma in quel periodo non c’erano stati soltanto libri ed esami: «Avevo 24 anni, stavo partendo per una stage all’Università di Harvard. Era metà giugno. Durante una passeggiata in montagna si era scatenato un fortissimo temporale. Un fulmine mi ha sfiorato, sono caduto in un burrone distruggendo quasi il mio corpo con fratture dovunque, al cranio, agli arti inferiori e superiori. Sono rimasto 18 ore immobile e  solo. Alle sei del mattino seguente sono stato individuato e  soccorso da un elicottero. Sono rimasto 15 giorni in coma. Ricordo che quando mi sono svegliato ho cominciato a recitare passi del “De Bello Gallico” di Cesare in latino e a ripetere l’ingiunzione di Catilina “Cartago delenda est”, bisogna distruggere Cartagine. Che palle questo Catilina, mi dicevo. Però era un duro, non mollava mai». Lei crede nel destino, Anton Seeber? «Il destino? Non saprei come definirlo. Certo sono un sopravvissuto, mi è andata bene. Quel fatto della mia vita mi ha insegnato molto. Ho imparato quanto siamo fragili, quanto le situazioni possano cambiare e peggiorare improvvisamente anche in negativo. Ma per questo ho anche imparato a lottare,a combattere, a capire che ci si può rialzare dopo che si è caduti, a credere sempre  di poter costruire un futuro migliore. E per questo trovo che l’umiltà sia un atteggiamento fondamentale da coltivare perché è sempre sbagliato sentirsi arrivati,  migliori degli altri. Le sfide non finiscono mai, ci sono sempre rischi, pericoli, incognite in agguato e sempre si può e si deve affrontarli e migliorare. Il discorso vale per me e per l’azienda, che io preferisco chiamare società perché si tratta in effetti di una vasta comunità di persone che operano per uno scopo comune, perché il risvolto della nostra attività ha una rilevanza sociale di cui occorre farsi carico».

Da Vipiteno a New York e ritorno:
una nuova famiglia e l’impegno in azienda
Dopo la laurea, recuperata completamente la funzionalità del proprio corpo («Per molto tempo ho faticato a camminare»), Anton  decide di «voler conoscere i miei limiti e dimostrare a me stesso di potermela cavare da solo». Dice a papà Michael «me ne vado» e parte per gli Stati Uniti. Lavora a Philadelfia nel settore «private equity». Ha frequentato anche una scuola di giornalismo da studente perfezionando l’inglese, quando a più riprese era stato negli States, «anche perché mio padre mi diceva sempre che tutto quello che avrei scritto doveva essere chiaro, conciso, efficace». Poi succede che il suo amico Zack gli presenta una ragazza del New Jersey. Si chiama Beata, lavora all’Università della Pennsylvania dove si è laureata in ginecologia e si sta specializzando in fecondazione artificiale ed endocrinologia. È un classico e felicissimo colpo di fulmine.  Anton e Beata si sposano nel 2003. Dalla loro unione in America nasce Carolina il 26 gennaio 2005,  a Innsbruck nascono  Gabriel l’8 luglio del 2007 e Raphael l’11 dicembre 2010 («Dopo nonno Michael dovevo dare a loro i nomi di altri due arcangeli…»). Tra la sorellina e i fratellini nonno Michael, che intanto era incorso anche lui in un brutto incidente sugli sci, fa una puntatina in America e chiede a suo figlio «Cosa vuoi fare da grande?». È la sveglia, il richiamo alla sua posizione nel mondo e alle sue responsabilità. «Avevo già dato una mano nel 2005 per l’acquisizione di Bombardier ma quando nel 2006 sono tornato in Italia con la famiglia non ero ancora sicuro di essere la persona giusta per succedere a mio padre, ero convinto che se non fossi stato capace avrei prodotto un grosso danno all’azienda, alla famiglia, a me stesso». La famigliola nata negli Stati Uniti torna a Vipiteno e va a vivere «nelle stanze che non abitavo da 19 anni».  Beata non parlava né l’italiano né il tedesco ma in breve tempo è riuscita ad apprendere la lingua tedesca divenendo professoressa presso la clinica universitaria di Innsbruck.  E lui, Anton Seeber, non ci ha messo molto a convincersi di essere capace. Diventa responsabile del  progetto Minimetro, quella diversificazione concentrata sui veicoli di trasporto urbano su rotaia il cui primo intervento si è realizzato a Perugia nel 2008. Sono poi seguiti gli impegni a Pisa (con penosi ostacoli da superare in materia di ricorsi e giustizia amministrativa), a Miami, a Francoforte, a Detroit e a New York con il rifacimento ex novo dello storico Roosvelt Island Tramway. Anton ha a che fare con gli appalti pubblici e sperimenta come in Italia sia tutto troppo macchinoso, burocratico, difficile («In America è l’ente pubblico che ti chiama e ti agevola; da noi il privato deve quasi mendicare per lavorare e combattere con la burocrazia»). I risultati però arrivano, la sua presenza in azienda è sempre più consapevole e autorevole, si impadronisce di tutte le problematiche di tutti i settori in cui opera il Gruppo. Il resto è la storia recente del passaggio di  consegne, l’insediamento al vertice affiancato da Martin Leitner nel ruolo di  vicepresidente, da Marco Goss, Werner Amort e Markus Senn nel ruolo di consiglieri.

Domande e risposte
in esclusiva al cospetto… dell’ «Ultima cena»

E adesso è qui, nella sala riunioni della sede centrale Leitner di Via Brennero a Vipiteno,  di fronte all’«Ultima cena» di Hermann Nitsch, a raccontarsi in esclusiva a noi di pM e a rispondere alle nostre domande.

Qual è stato il sentimento prevalente che l’ha coinvolta assumendo le redini operative del Gruppo Leitner?
«Un insieme di sentimenti. Il senso della responsabilità per una funzione dirigenziale impegnativa; sicuramente l’orgoglio di ricevere il testimone di una vicenda imprenditoriale molto importante come quella di cui è stato protagonista mio padre; il timore di non essere all’altezza del compito ma con la consapevolezza di dover impegnarmi con tutte le mie capacità. In azienda ognuno di noi ha un ruolo. Il mio è quello di risolvere i problemi, prendere decisioni anche non semplici sapendo comunque che la peggior decisione è quella di non decidere.  Si deve decidere sperando di essere nel giusto e si deve avere l’umiltà di capire quando si sbaglia per cambiare subito, senza piagnucolare. Abbiamo la responsabilità di garantire la sopravvivenza e lo sviluppo dell’azienda e abbiamo la responsabilità delle vite di oltre tremila nostri collaboratori con le loro famiglie».

Subito dopo l’investitura lei ha dichiarato: «Il mio stile lavorativo risulterà differente rispetto a quello di mio padre ma resteranno immutati i principi e i valori che ne hanno ispirato l’attività imprenditoriale». Vuole approfondire questi concetti?
«Sono meno paziente di mio padre. Lui è un vero idealista, scrive lunghe lettere ai politici nella convinzione che cambi qualcosa. Io non ne sono così convinto. Come imprenditore preferisco far parlare le mie azioni, i fatti. Io sono più propenso a mordere senza abbaiare. I valori comuni invece restano inalterati: l’attaccamento all’azienda e ai suoi destini, la morale e l’etica che devono accompagnare il conseguimento del profitto e degli utili, condizioni indispensabili per la salute di un’impresa».

Michael Seeber negli anni Novanta ha prima salvato e poi rilanciato Leitner con la ricapitalizzazione, la politica delle acquisizioni, la diversificazione produttiva e l’internazionalizzazione. Anton Seeber quali linee guida intende seguire per terzo millennio per consolidare e sviluppare ulteriormente il gruppo Leitner nel mondo?
«Innovare continuamente è il primo comandamento. Non aver paura di cambiare, di provare, di rischiare. Come per i figli: quando vengono al mondo diventano un problema, trasformano la vita, si ammalano, vanno educati. Sono un problema ma sono il cambiamento, sono il futuro, la vita che continua.  Ecco, l'innovazione è come un figlio. E poi bisogna continuare sul percorso della diversificazione perché il mondo è diventato piccolo e interconnesso e i cambiamenti sono estremamente radicali. È necessario continuare ad investire sulla ricerca per trovare soluzioni nuove. Ad esempio con Leitwind abbiamo sviluppato un sistema di gestione e di assistenza in remoto che consente l’attivazione e il controllo degli impianti 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno. Un concetto simile ci viene richiesto per i trasporti urbani».

Quali dei settori in cui opera Leitner presentano maggiori potenzialità di crescita?
«Il trasporto urbano con impianti a fune è in continua crescita nel mondo. Stiamo lavorando  per concludere i lavori per la telecabina che sorvolerà una zona di Berlino nel 2017.  Negli ultimi anni abbiamo consegnato impianti importanti a Città del Messico, Ankara, Cali, in Russia e in Cina. Abbiamo in programma altri interventi in Georgia e nella Repubblica Domenicana. Altri settori che danno segnali di forte vivacità sono quelli dei nastri trasportatori di materiali in cui è specializzato il marchio Agudio  e degli utility vehicle in cui è coinvolta Prinoth. Sulla neve il tema dell’innevamento programmato è diventato vitale per le stazioni invernali e vedrà  Demaclenko in prima linea nella fornitura di generatori e impianti sempre più avanzati. Si deve lavorare sul fronte della ecosostenibilità di prodotti che non offendano la natura.  La flotta dei battipista «clean motion» di Prinoth e la tecnologia silenziosa, ecosostenibile DirectDrive che non usa olio e consuma meno energia sono già stati un nostro importante contributo ma c’è altro da fare, non ci si può e non ci si deve fermare. Continuiamo anche a credere nelle energie rinnovabili ma se non c’è chiarezza politica nelle normative non ci si muove».

Per quanto riguarda la montagna bianca in particolare e gli impianti di risalita per lo sci, come giudica l’attuale situazione anche a fronte della sfida dei mutamenti climatici e come crede si possa e si debba operare per consentire nuovi margini di sviluppo?
«Il trend è al momento stabile ma io vedo la possibilità di ulteriori sviluppi in collegamenti integrati tra diverse aree sciistiche che ancora mancano. Anche sulla neve è vietato fermarsi. Creare paure eccessive nei confronti dei mutamenti climatici è terribile, vorrebbe dire arrendersi senza combattere come possiamo fare con prodotti sempre più avanzati ed ecosostenibili. È importantissimo continuare a credere nella vitalità del turismo invernale trainato dallo sci che ha portato benessere in moltissimi territori montani. Se non lo facessimo sarebbe un disastro, intere vallate ricadrebbero nella povertà e si spopolerebbero. Dobbiamo lavorare tutti per impedire questa prospettiva.  Dobbiamo riuscire ad attirare le nuove generazioni,  a riportare i giovani sulla neve per sciare, a fargli  conoscere ed apprezzare la bellezza della montagna»

Nel 2014 suo padre scrisse una lettera al presidente del Consiglio Matteo Renzi per denunciare la lentezza della giustizia amministrativa in Italia. Due anni dopo lei che cosa scriverebbe in una lettera al Premier?
«Ho già detto che non sono particolarmente portato a scrivere lettere ai politici. Farei un copia-incolla per non aggiungere altro ed evitare incidenti diplomatici. Farei un’eccezione soltanto per ricordargli ancora  le nostre responsabilità di imprenditori nei confronti dei nostri dipendenti che io preferisco sempre definire collaboratori, la necessità assoluta di creare condizioni di competitività nel sistema Italia senza le quali l’attività imprenditoriale rischia di spegnersi».
Stop. Le sollecitazioni a chiudere l’incontro arrivano perentorie da qualche segretaria e da tutte le parti, orologio compreso. Il nuovo presidente e amministratore delegato del gruppo Leitner ci ha regalato addirittura un’oretta buona della sua giornata strapiena di impegni. Ci saluta confermando che ovviamente tutta la famiglia, compresi i piccoli Gabriel e Raphael, vive con gioia la passione per lo sci tra il casalingo Monte Cavallo, Racines, la Val Badia e che Carolina, la figlia maggiore, è bravissima ma non se la sente di fare agonismo. Pazienza. In compenso, determinato a gareggiare e a vincere sulle piste accidentate dei mercati mondiali, c’è lui, Anton Seeber figlio di Michael, il continuatore di una storia di successo che non vuole e non deve finire.            
www.leitner-ropeways.com